La comunità energetica non è il fotovoltaico del condominio
Sono due meccanismi diversi e si confondono di continuo. L’autoconsumo collettivo sta dentro un edificio; la comunità energetica mette insieme edifici diversi che condividono la stessa porzione di rete.
Due meccanismi, due perimetri
Il gruppo si forma fra soggetti che stanno nello stesso edificio o condominio: l’impianto sta sul tetto e l’energia si condivide fra le unità sottostanti. È la forma più semplice, perché il perimetro coincide con qualcosa che esiste già — lo stabile — e la decisione passa dall’assemblea.
Anche gli inquilini possono aderire, purché titolari della propria fornitura, e le unità non residenziali sono spesso le più utili: un negozio al piano terra consuma nelle ore in cui l’impianto produce.
La comunità mette insieme soggetti che stanno in edifici diversi, a condizione che siano collegati alla stessa porzione di rete di media tensione — la cosiddetta cabina primaria. Non serve che siano vicini a vista: serve che stiano sotto lo stesso nodo.
È il vincolo che sorprende più spesso, perché non si vede dalla strada. Si verifica prima di qualsiasi altra cosa, con i dati del distributore: se il perimetro non regge, il resto del progetto non esiste.
Come nasce il beneficio
Non è l’energia prodotta, e non è quella consumata: è la parte più piccola fra le due, calcolata in ciascuna ora. Se l’impianto produce quando nessuno preleva, quell’energia non è condivisa — è immessa in rete e basta.
Da qui discende tutto il resto: un gruppo che consuma di giorno condivide molto, uno che consuma la sera condivide poco, a parità di pannelli. La composizione dei membri conta più della potenza installata.
Sull’energia condivisa viene riconosciuto un incentivo, e viene restituita una parte delle componenti di rete che non sono state effettivamente utilizzate perché l’energia ha percorso un tratto breve.
A questo si aggiunge, per chi ha l’impianto, il risparmio ordinario sull’energia che non compra. Le due cose vanno tenute separate nel piano economico: la prima è riconosciuta per un periodo definito dalle regole del meccanismo, la seconda dura quanto l’impianto.
Quanto va all’impianto e quanto ai consumatori non è stabilito dalla norma: è una scelta della comunità, scritta nello statuto o nel regolamento.
È la decisione che tiene insieme il gruppo o lo scioglie, e conviene prenderla quando tutti sono ancora interessati: dopo il primo riparto diventa una rinegoziazione.
Chi può parteciparvi, e come si costituisce
Persone fisiche, piccole e medie imprese, enti locali, enti di ricerca e formazione, enti religiosi e del terzo settore. Per le imprese vale una condizione: la partecipazione non deve costituire l’attività commerciale principale.
Il controllo della comunità deve restare in capo ai membri, e la finalità dichiarata è il beneficio ambientale, economico o sociale della collettività — non il profitto. È scritto nello statuto, e condiziona la forma giuridica che si sceglie.
Prima la verifica della cabina primaria e la raccolta dei profili di consumo dei potenziali membri: sono i due dati che dicono se il progetto ha senso. Poi la forma giuridica, lo statuto e il referente. L’impianto viene per ultimo.
L’ordine inverso — l’impianto prima, i membri poi — è il modo più rapido per costruire una potenza che nessuno consuma nelle ore giuste.
Le domande che arrivano
Serve che i partecipanti siano vicini?
Un condominio può fare una comunità energetica da solo?
Bisogna cambiare fornitore di energia?
Chi paga l’impianto?
Si può uscire dalla comunità?
Il primo dato che serve non è un preventivo: è la cabina primaria e i profili orari dei membri. Con quelli si sa se il progetto sta in piedi.
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